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In questo capitolo ci limiteremo ad alcune osservazioni sulla popolazione pantesca, considerata principalmente quale comunità sociale e non quale gruppo etnico. Che esista una razza pantesca, una singolare razza, un solitario, è uno sproposito, direbbe don Ferrante, che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Come abbiamo esposto, nellisola sono passate tante carovane di popoli, che vi hanno depositato un maggiore o minore numero dei loro individui, che si sono fusi e confusi: impossibile eseguire lelettrolisi di una combinazione tanto complessa.
Nonostante la premessa, cè però nella popolazione pantesca una componente visibile, diciamo, ad occhio nudo, una componente più evidente delle tante altre, che, con termine che farà drizzare i capelli agli antropologi, chiamiamo la componente bruna (come nella roccia dellisola prevale il nero, così nella gente pantesca prevale il bruno); con questo non intendiamo ovviamente concludere che ogni pantesco è bruno né che ogni bruno è pantesco; diciamo semplicemente che il pantesco-tipo è bruno...
Insieme al pantesco bruno coesiste, come abbiamo già avvertito, assai meno diffuso, il pantesco biondo, con gli occhi chiari, la cui covata abbiamo attribuito ai Vandali. Dobbiamo però avvertire che anche i Berberi potrebbero essere stati gli autori; la maggioranza dei Berberi è bruna, ma esistono pure i Berberi biondi, gente di razza nordica, penetrata in Africa Settentrionale in epoca remota, in seguito a chissà quale misterioso flusso migratorio
Angelo DAietti - Il libro dellIsola di Pantelleria parte III - cap. II - pag. 343 - foto di Giovanni Graziano. |
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