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Il Libro di Pantelleria - Gli Itinerari

photo posterCATALOGO DEI TOPONIMI DELLE CONTRADE E DELLA COSTA

CATALOGO DEI TOPONIMI DELLE CONTRADE E DELLA COSTA

Acquadolce (8/29) - in dialetto: “l’Acquadúçi”. È un posto nella località Cala di Levante, e deve sicuramente il nome a qualche sorgente d’acqua non salmastra che non siamo riusciti a identificare.

Altura di Fram (7/18) - in dialetto: “l’Otúra di Frámi”. È un pittoresco promontorio sul mare. Vedi alla voce “Fram”.

(l’) Arco (12/22) - in dialetto: “l‘árcu”. È una località della costa; prende nome da un arco di roccia, che è nell’immediato entroterra.

Arenélla (4/19) - in dialetto: “a Rrinéddra”. Il nome è senz’altro un bluff. La voce siciliana “rrína” designa la sabbia, di cui, di norma, non esiste traccia nell’isola, a immediato contatto col mare... l’isola è uno scoglio e la sua spiaggia è una scogliera. ci si aspetterebbe di trovare in loco una distesa di sabbia, invece tutto si riduce ad una strisciolina di sabbia (di cui abbiamo dubbio che sia veramente tale) che il mare, quando è in furia, deposita sopra la battigia e risucchia a sé; quel poco che resta da tale altalena ha ingenerato il toponimo. La località è un esteso piano roccioso, in cui è compreso il cimitero; per tale motivo era frequente in passato il detto: “iri a rrinéddra”, cioè finire al cimitero, cioè morire.

Bagno Asciutto (5/19 e 10/24) - in dialetto: u “Vágnu Sciúttu”. Designa due grotte, entro le quali si svolgono esalazioni di vapore acqueo: una, la più famosa ed importante, è quella di Ccazzé (5/19); l’altra è quella di Bbenikulá (10/24), nelle località omonime.

Baláta (11/22) - in dialetto: “a Bbaláta”. Il nome viene dall’arabo balat, lastra di pietra. Qui designa un banco di roccia sporgente sul mare.

Baláta dei Turchi (15/27) - in dialetto: “a Bbaláta i Túrchi”. La prima voce del toponimo, “baláta”, l’abbiamo già spiegata; nel sito è un enorme lastrone di roccia, che sporge sul mare. La seconda voce del toponimo, “dei Turchi”, indicazione generica dei Barbareschi, viene da un fatto d’arme verificatosi nella località alcuni anni prima del 1756, l’anno del confino del Broggia, alla cui prosa vivace e colorita lasciamo la narrazione dell’episodio. Scrive il Broggia: “Sono pochi anni che tre galeotte barbaresche fecero ivi (il Broggia non specifica il sito, ma non è dubbio che sia la nostra Baláta) in tempo di notte il tentativo di sbarcare alla sordina, per far de’ schiavi; ma pria che tentassero l’impresa, avevano già le guardie dell’isola dato l’avviso al Governo di quanto occorreva. Si unirono ed accorsero anche alla sordina le milizie con porzione della compagnia del Castello (le milizie erano quelle paesane). Era il concertato che se le galeotte non avessero compito all’incirca lo sbarco, si dovesse di nascosto aspettarlo ed anche aspettassero che s’internasse un poco dentro terra, per poter poi vedere di sorprendere le galeotte vacue alla riva, il che sortendo, sarebbero stati poi colti come in rete i sbarcati nemici. Non avrebbe potuto la sorte favorir meglio l’impresa di quel che fece in questa occasione; se nelle milizie vi fusse stato un po’ di disciplina almeno per quel che spetta a’ Capi. Di ciò che si era concertato se ne fece tutto il bianco. Appena arrivate le milizie a vista delle galeotte e mentre erano bene appostate, per aspettare alla sordina lo sbarco, e mentre i Barbari avevano per poca cosa principiato a farlo, si mise senza alcun ordine, di proprio capriccio, una parte dell’appostata milizia a sparare di lontano sulle galeotte. Questo era lo stesso che avvisarle da amici, affinché si salvassero, e come infatti fecero in un istante, poco importando di lasciare in terra alcuni de’ loro, che restarono schiavi”. Alla Baláta dei Turchi, vuolsi, direbbe il dottor Brignone, che sia sbarcata, a seguito di un naufragio, l’icona della Madonna della Márgana...

Angelo D’Aietti - Il libro dell’Isola di Pantelleria – parte VI - cap. VII - pag. 422/423 - foto di Peppe D’Ajetti.

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