Il Libro Di Pantelleria: La Cultura

Il Libro di Pantelleria

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La culturaLa cultura

L'AGRICOLTURAL'AGRICOLTURA

Prima di arrivare al miracolo dello zibibbo, il pantesco aveva operato un altro miracolo, aveva trasformato la terra sterile della sua isola in una terra fertile. Scrive con enfasi il Broggia: “ed è talmente sassosa ed alpestre, che per ridursi a coltura vi hanno, si può dire, sudato sangue que' poveri abitatori”.

In effetti la fatica del pantesco per costruirsi la sua agricoltura è stata eroica. Egli dovette lottare contro tre nemici: il pietrame, il vento e la siccità. Del primo, il pietrame, egli ebbe facilmente ragione, rimuovendolo e sistemandolo in muri a secco di contenimento del terreno collinoso e di divisione delle proprietà o addirittura ammassandolo in tumuli, chiamati sési, al pari delle tombe preistoriche (ora questi sési non sono più in uso), o impiegandolo nella costruzione dei giardini. Contro il vento ha rimediato, sottoponendo le piante a una spietata potatura (la felice espressione è del prof. Bonasera), costringendole a sdraiarsi sottovento. Infine, contro la siccità, non ha trovato fin qui altro rimedio che raccomandarsi a Dio che mandi la pioggia.

…La guerra contro il vento, nel settore vite, fu più difficile che altrove e impegnò a fondo l'intelligenza dell'agricoltore pantesco. Per salvare l'uva in fiore dal micidiale nemico, non era sufficiente la potatura spietata della pianta, occorreva dell'altro e il nostro agricoltore ebbe un'idea dantesca: come Dante schiaffa i simoniaci entro “..fori, d'un largo tutti e ciascuno era tondo..”, così lui propagginò la sua vite entro buche circolari, chiamate in dialetto conche, e in ognuna di esse affondò un ceppo, distanziando uno dall'altro di otto palmi, cioè due metri. Quando la vite è spoglia, il terreno in cui è piantata appare un curioso colabrodo (foto n. 173)…

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte III - cap. I - pag. 334 - foto di Roberto Brambilla.

LA POLVERIZZAZIONE DELLA PROPRIETÀ: I SISTEMI DI CONDUZIONELA POLVERIZZAZIONE DELLA PROPRIETÀ: I SISTEMI DI CONDUZIONE

..I proprietari sono nella grande maggioranza contadini, che lavorano la terra con le proprie braccia e fanno anche saltuariamente i braccianti agricoli. I proprietari, diciamo, puri, quelli cioè che vivono esclusivamente del prodotto dei loro fondi, sono oggi degli esemplari da museo; sono dei sopravvissuti, che esercitano l'unica attività ancora loro possibile, quella di vendere la terra ch'ebbero dai loro felici padri, e, siccome non si può vendere all'infinito, senza produrre, è chiaro come essi siano sul punto di sparire…

I proprietari, non coltivatori, conducono la loro azienda agricola con due sistemi: con la conduzione diretta, cioè pagando tutta la manodopera di propria tasca e facendo proprio tutto il prodotto; ovvero col sistema della colonia parziaria, che un tempo era diffusissimo. Un tempo i terreni buoni venivano concessi in colonia “a quarto”, ma la misura normale era a terzo … cioè il colono, che in dialetto pantesco era ed è chiamato ancora “çirícu”, approntava tutta la manodopera per la coltivazione, fino alla raccolta, e percepiva il terzo del prodotto; oggi si fa a metà…

…La ripartizione al cinquanta per cento è una misura temporanea, presto il colono aumenterà le sue pretese e l'istituto finirà per scomparire; già alcuni terreni vengono concessi in godimento totale al colono, purché questi li lavori e non restino incolti.

Il proprietario pantesco di un tempo, che non s'identificava col coltivatore diretto di oggi, se la godeva da gran pascià … Il quadro del proprietario che sotto il solleone, al riparo di un ombrello grigio, sorvegliava il suo bene, l'abbiamo ancora nitido avanti ai nostri occhi: mio nonno fu uno di costoro.. ora ci sono io in mezzo al tornado socialista.. o tempora, o mores!..

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria - parte III - cap. I - pag.339/340 - foto di autore sconosciuto.

LA POPOLAZIONE PANTESCALA POPOLAZIONE PANTESCA

In questo capitolo ci limiteremo ad alcune osservazioni sulla popolazione pantesca, considerata principalmente quale comunità sociale e non quale gruppo etnico. Che esista una razza pantesca, una singolare razza, un solitario, “è uno sproposito, direbbe don Ferrante, che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne”. Come abbiamo esposto, nell'isola sono passate tante carovane di popoli, che vi hanno depositato un maggiore o minore numero dei loro individui, che si sono fusi e confusi: impossibile eseguire l'elettrolisi di una combinazione tanto complessa.

Nonostante la premessa, c'è però nella popolazione pantesca una componente visibile, diciamo, ad occhio nudo, una componente più evidente delle tante altre, che, con termine che farà drizzare i capelli agli antropologi, chiamiamo “la componente bruna” (come nella roccia dell'isola prevale il nero, così nella gente pantesca prevale il bruno); con questo non intendiamo ovviamente concludere che ogni pantesco è bruno né che ogni bruno è pantesco; diciamo semplicemente che il pantesco-tipo è bruno..

Insieme al pantesco bruno coesiste, come abbiamo già avvertito, assai meno diffuso, il pantesco biondo, con gli occhi chiari, la cui covata abbiamo attribuito ai Vandali. Dobbiamo però avvertire che anche i Berberi potrebbero essere stati gli autori; la maggioranza dei Berberi è bruna, ma esistono pure i Berberi biondi, gente di razza nordica, penetrata in Africa Settentrionale in epoca remota, in seguito a chissà quale misterioso flusso migratorio…

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte III - cap. II - pag. 343 - foto di Giovanni Graziano.

LE PROCESSIONI SACRE DELLA SETTIMANA SANTALE PROCESSIONI SACRE DELLA SETTIMANA SANTA

Erano un tempo il più grande spettacolo per i panteschi. La processione più solenne era quella del venerdì santo. Nella chiesa matrice era Gesù in croce, e il prete (che tante volte era un predicatore venuto da fuori) teneva la cosiddetta “predica delle sette parti”, che rievocava la passione di Nostro Signore Gesù Cristo e che non finiva mai. Io ricordo che quella predica mi faceva smaniare d'impazienza, al tempo della mia fanciullezza, smanioso come ero di partecipare alla processione. Quando, come Dio voleva, l'interminabile sermone aveva fine, si procedeva alla deposizione del Cristo, che veniva schiodato dalla croce e deposto in un cataletto; quindi usciva la processione formata dal simulacro della Madonna Addolorata e dal Cristo sul cataletto, dai preti e da una sterminata folla di fedeli, accorsa da tutta l'isola. La processione percorreva quasi tutte le vie cittadine e finalmente rientrava in chiesa. Accompagnavano la processione un indescrivibile cancan, di “tricchetrácche”, strumenti fatti di due piastrelle di legno, che battevano fragorosamente l'una contro l'altra, e di trombe, ch'erano gusci di grossi molluschi marini, dall'assordante boato, e l'immancabile extra corteo di venditori ambulanti di ceci abbrustoliti e simili, che in quei giorni facevano affari d'oro..

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria - parte III - cap. II - pag.347/348 - foto diPeppe D'Ajetti.

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