Il Libro Di Pantelleria: Gli Itinerari

Il Libro di Pantelleria

Il Libro di Pantelleria :

Gli itinerariGli itinerari

IL CENTRO URBANOIL CENTRO URBANO

La visita dell'isola la iniziamo dal centro urbano, avvertendo senz'altro che il suo caseggiato è il più brutto dell'isola, avendo subito due rovine: i bombardamenti del maggio-giugno 1943, che sterminarono il cinquanta per cento dei suoi muri; e la riedificazione, nella quale va compreso l'ampliamento, cioè, la sua nuova edificazione (tavola IV). Sull'opera e sull'operato dei bombardamenti non c'è da muovere nessuna critica sul piano artistico, giacché le bombe venivano lanciate dal mare oppure sganciate dal cielo senza un disegno urbanistico o architettonico; sulla riedificazione, invece, c'è da sacramentare a mai finire..

Noi ci limitiamo a rammentare il suo più grosso neo visibile, nero quanto l'ossidiana: la sistemazione dell'ambiente attorno al Castello. Su questa sistemazione la condanna è unanime: non si doveva consentire la riedificazione della fungaia delle casacce, che in antico ha ingombrato la vista dell'ala Nord Est dell'edificio, la più affascinante; poi.. ma procediamo con ordine.

Al posto della fungaia, ora si è edificato un unico grosso fungo, un massiccio fabbricato, che ovviamente non è in armonia con l'architettura del Castello e che ha distrutto la veduta del particolare più suggestivo dell'abitato urbano. Tutti concordano che si doveva lasciare del tutto sgombra da costruzioni la piazzetta Castello, che doveva essere il parterra sul quale doveva affacciarsi la più imponente architettura dell'abitato cittadino. Qualche albero di pino o altro grazioso albero piantato nella piazzetta, qualche chiazza di prato e.. il giuoco era fatto, e sarebbe stato un grazioso giuoco di incanto e di seduzione. Prima che si ponesse mano a riedificare, quando l'intera facciata Nord del Castello era del tutto allo scoperto (foto n. 253), tante sere abbiamo visto, con gli occhi della fantasia, a lume di una fioca lampada di poche candele che creava tante suggestive ombre e penombre, aggirarsi sul pianerottolo antistante all'ingresso del Castello, sormontato dal bellissimo arco in pietra pantesca, la guardia dei tempi remoti, con elmo e corazza ed alabarda..

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. I - pag. 367/368 - foto di Giovanni Raso.

IL CASTELLO E LA CITTÀ MURATAIL CASTELLO E LA CITTÀ MURATA

…Dopo questa sommaria osservazione dell'esterno, passiamo a dare un'occhiata nell'interno del nostro maniero. La parte forse più interessante di questo interno è quella che non è visibile ed è quella sotterranea, lo scantinato, che è stata riempita di materiale di rifiuto ed è stata murata. I piani sovrastanti sono occupati dagli alloggi dei carcerieri e dei carcerati. Le volte dei vani sono tutte a botte; l'architettura più seducente dell'interno visibile resta l'arco d'ingresso al padiglione del carcere (foto n. 263), una squisitezza, credeteci! Sappiamo di due camminamenti segreti, di cui uno portava alla scogliera che attorniava il Castello a mare, e l'altro al lato opposto, cioè al lato Est, per modo che quando le cose si mettevano male da un lato la guarnigione si metteva in salvo dall'altro…

…Oltre quanto abbiamo rilevato di visibile, l'interno dovette contenere dell'altro; come ogni castello che si rispetti, anche il nostro dovette contenere la sala di giustizia, i trabocchetti, le segrete, gli alloggi per i fantasmi e così via. Tanti particolari sono oramai svaniti; così le tante affascinanti castellane, le mogli dei governatori e capitan d'arme che si succedettero ad alloggiarvi, di cui purtroppo non si conserva alcun ritratto, i gemiti di tanti detenuti sottoposti a tortura..

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. I - pag. 374/378 - foto di Amelio Fatini.

ACROPOLI, AEROPORTO, MONTAGNA GRANDEACROPOLI, AEROPORTO, MONTAGNA GRANDE

…Ultimo grande spettacolo in questa zona, la Favára Grande (11/25), che non è l'unica nel posto, giacché tutto il terreno circostante al colle di Fossa del Rosso (11/25) è affollato di faváre di tutte le misure; nesuna però è grandiosa quanto la Favára Grande, la favára regina. Essa evapora da una crepa del terreno in un altipiano incassato tra la Fossa del Rosso e l'estrema propaggine sud della cresta della Montagna Grande, la quale pare un mostro antidiluviano che si pencoli, dall'alto dei suoi ottocento metri, a curiosare sulla scena imponente. Solo qualche sporadica costruzione rustica disabitata mostra le tracce dell'uomo; per il resto si ha la sensazione del deserto, della solitudine, in questo fondo di montagne, nel quale, in un canto, la Favára che fumiga fa pensare a un grande braciere sotterraneo, acceso in onore di una misteriosa divinità.

Lo sbocco della Favára (in realtà sono più d'uno, affiancati), guarnito di frasche, sulle quali le folate di vapore vanno a imbattersi, condensandosi in rivoli d'acqua, appare un pittoresco presepe variopinto. La roccia degli orifizi è in parte arrossata e in parte carbonizzata dal flusso del vapore bollente; l'umidità perenne alimenta una vegetazione muschiosa, che chiazza la roccia di verde. Contemplando il vapore risolversi in acqua, ci si ricorda di Dante, “dell'umido vapor che in acqua riede..”…

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. III - pag. 405 - foto di Vincenzo De Pasquale.

L'ITINERARIO DELLA MONTAGNA GRANDEL'ITINERARIO DELLA MONTAGNA GRANDE

..In una ventina di minuti di macchina sarete sulla cresta della Montagna Grande, chiamata in pantesco Miliác. Se siete giovani vi consigliamo la salita a piedi; comunque, a piedi o in auto, ad ogni alzata, guadagnerete una fetta di paradiso..

Dovremmo ora lasciarvi riposare, darvi il tempo di sbriacarvi della sbornia paesaggistica della Montagna Grande, ma dobbiamo ancora farvi trottare, dobbiamo condurvi ad un'ennesima meraviglia dell'isola, a un avamposto della Montagna Grande, esattamente sulla normale ad ovest del centro del suo crinale, sul versante di Sibá, la Cúddia Mída (9/24), a un chilometro di distanza in linea d'aria.

È un cono vulcanico, sopravvenuto al crollo del grattacielo vulcanico della Montagna Grande, un cono deliziosamente verde, fino a due anni or sono, all'estate del 1973, quando uno sciagurato incendio distrusse il suo lussureggiante manto di pini (foto n. 77). La meraviglia di questa cúddia è nel suo cratere, un imbuto che si svasa in alto in un anello piatto di terra scotta, del colore di un sigaro, che ancora fumiga. È una delle tante sbiadite immagini ancora superstiti della scena del grande fuoco del vulcano di Pantelleria.

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. IV - pag. 410/411 - foto di Elisabetta Ricci.

GLI ITINERARI MINORIGLI ITINERARI MINORI

Sono quelli che non tracceremo e che lasciamo a voi, lettori, il compito di allestire e architettare. Vi suggeriamo: il Monte S. Elmo, abbracciato con la Cúddia del Gatto (5; 6/21; foto n. 74); il Monte Gelkhamár (7/20; foto n. 71), una pietanza particolarmente gustosa del paesaggio, per gli amanti di geologia e per tutti i palati. Vi suggeriamo ancora: la Cúddia del Gállo (8/25); la Cúddia Randázzo (7/25); la Cúddia Bruciáta (4/21), entro il cui cratere è piantato un pittoresco vigneto.

Un'incantevole passeggiata potrete fare, nelle serate di luna, nel parco del Khagiár (55/25; 26), dove s'intrecciano, nella boscaglia che ingentilisce questo tavoliere di lava, tanti suggestivi sentieri, che s'insinuano in una folla di sculture e modellazioni della roccia, che animano magicamente la scena, saettata dagli sprazzi di luce del faro di Punta Spadíllo (4/26).

Alle donzelle vogliose di marito consigliamo la visita allo spiazzale di questo faro.. porta fortuna. Una sera, ch'eravamo in comitiva nello spiazzale, chiedemmo ad una turista se le sarebbe piaciuto di essere la moglie del guardiano del faro, la turista, pronta di spirito, ribatté che avrebbe voluto essere la figlia, che viene rapita dal corsaro. Un corsaro pantesco, in agguato, sentì il discorso e la sposò…

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. V - pag. 415/416 - foto di Carmelo Crisafulli.

LO SPETTACOLO DEL MARELO SPETTACOLO DEL MARE

Avvertiamo senz'altro ch'è uno spettacolo di gala; chi lascia Pantelleria senza averla visitata dal mare, non può dire di averla conosciuta, giacché non ha ammirato la sua più affascinante scena: la costa e le sue grotte. In questo spettacolo la costa non è l'unica attrice; è difficile che in un dramma reciti un solo personaggio, sarebbe un noioso monologo. Oltre alla costa, di là di essa, si affaccia e recita un altro attore, l'entroterra, fatto di monti, di cúddie, di vallate, di distese di verde, di distese di nera lava, di caseggiati che paiono presepi.. qualcosa talora di fiabesco, che entra in scena di prepotenza ed esige la sua parte.

Per tutto questo itinerario assisterete alla lotta di seduzione di questi due attori, che cercano di sopraffarsi, di estromettersi a vicenda dalla scena con alterna fortuna.

Dove la costa si fa bassa prende il sopravvento l'entroterra, e viceversa, quando la costa s'innalza, l'entroterra soccombe, si degrada al ruolo di semplice comparsa e riprende il sopravvento la costa, con le sue adorabili guglie, con i suoi pinnacoli, con i suoi merletti di lava, con i suoi strapiombi vertiginosi, con i suoi paurosi dirupi, con i suoi spaccati di rocce variopinte, infine con le sue mirabili grotte..

La roccia di Pantelleria, che all'esterno è brutta e arruffata, in queste grotte è stata scalpellata e scolpita a regola d'arte, foggiata e modellata in forme geometriche e ordinate. La roccia, più omogenea e compatta della lava comune, ha il colore che nel linguaggio della moda si dice “fumo di Londra”, su cui il ferro, la componente più frequente della roccia di Pantelleria, spruzza pennellate di ruggine. Sono tutte immerse, in parte o interamente, nell'acqua, alla cui opera di erosione si deve la loro generazione. A pelo d'acqua, le incrostazioni marine stendono cimose di tanti colori, talune verdi, talune bianche, talune amaranto.. Il fondale è un sontuoso tappeto, intessuto di tante pezze, di tanti colori; è l'interno di queste grotte un cocktail di colori, di luci, di riflessi, del quale si esce ubriachi…

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte IV - cap. VII - pag. 419/420 - foto di Klaus Peter Fischer.

CATALOGO DEI TOPONIMI DELLE CONTRADE E DELLA COSTACATALOGO DEI TOPONIMI DELLE CONTRADE E DELLA COSTA

Acquadolce (8/29) - in dialetto: “l'Acquadúçi”. È un posto nella località Cala di Levante, e deve sicuramente il nome a qualche sorgente d'acqua non salmastra che non siamo riusciti a identificare.

Altura di Fram (7/18) - in dialetto: “l'Otúra di Frámi”. È un pittoresco promontorio sul mare. Vedi alla voce “Fram”.

(l') Arco (12/22) - in dialetto: “l‘árcu”. È una località della costa; prende nome da un arco di roccia, che è nell'immediato entroterra.

Arenélla (4/19) - in dialetto: “a Rrinéddra”. Il nome è senz'altro un bluff. La voce siciliana “rrína” designa la sabbia, di cui, di norma, non esiste traccia nell'isola, a immediato contatto col mare.. l'isola è uno scoglio e la sua spiaggia è una scogliera. ci si aspetterebbe di trovare in loco una distesa di sabbia, invece tutto si riduce ad una strisciolina di sabbia (di cui abbiamo dubbio che sia veramente tale) che il mare, quando è in furia, deposita sopra la battigia e risucchia a sé; quel poco che resta da tale altalena ha ingenerato il toponimo. La località è un esteso piano roccioso, in cui è compreso il cimitero; per tale motivo era frequente in passato il detto: “iri a rrinéddra”, cioè finire al cimitero, cioè morire.

Bagno Asciutto (5/19 e 10/24) - in dialetto: u “Vágnu Sciúttu”. Designa due grotte, entro le quali si svolgono esalazioni di vapore acqueo: una, la più famosa ed importante, è quella di Ccazzé (5/19); l'altra è quella di Bbenikulá (10/24), nelle località omonime.

Baláta (11/22) - in dialetto: “a Bbaláta”. Il nome viene dall'arabo balat, lastra di pietra. Qui designa un banco di roccia sporgente sul mare.

Baláta dei Turchi (15/27) - in dialetto: “a Bbaláta i Túrchi”. La prima voce del toponimo, “baláta”, l'abbiamo già spiegata; nel sito è un enorme lastrone di roccia, che sporge sul mare. La seconda voce del toponimo, “dei Turchi”, indicazione generica dei Barbareschi, viene da un fatto d'arme verificatosi nella località alcuni anni prima del 1756, l'anno del confino del Broggia, alla cui prosa vivace e colorita lasciamo la narrazione dell'episodio. Scrive il Broggia: “Sono pochi anni che tre galeotte barbaresche fecero ivi (il Broggia non specifica il sito, ma non è dubbio che sia la nostra Baláta) in tempo di notte il tentativo di sbarcare alla sordina, per far de' schiavi; ma pria che tentassero l'impresa, avevano già le guardie dell'isola dato l'avviso al Governo di quanto occorreva. Si unirono ed accorsero anche alla sordina le milizie con porzione della compagnia del Castello (le milizie erano quelle paesane). Era il concertato che se le galeotte non avessero compito all'incirca lo sbarco, si dovesse di nascosto aspettarlo ed anche aspettassero che s'internasse un poco dentro terra, per poter poi vedere di sorprendere le galeotte vacue alla riva, il che sortendo, sarebbero stati poi colti come in rete i sbarcati nemici. Non avrebbe potuto la sorte favorir meglio l'impresa di quel che fece in questa occasione; se nelle milizie vi fusse stato un po' di disciplina almeno per quel che spetta a' Capi. Di ciò che si era concertato se ne fece tutto il bianco. Appena arrivate le milizie a vista delle galeotte e mentre erano bene appostate, per aspettare alla sordina lo sbarco, e mentre i Barbari avevano per poca cosa principiato a farlo, si mise senza alcun ordine, di proprio capriccio, una parte dell'appostata milizia a sparare di lontano sulle galeotte. Questo era lo stesso che avvisarle da amici, affinché si salvassero, e come infatti fecero in un istante, poco importando di lasciare in terra alcuni de' loro, che restarono schiavi”. Alla Baláta dei Turchi, vuolsi, direbbe il dottor Brignone, che sia sbarcata, a seguito di un naufragio, l'icona della Madonna della Márgana..

Angelo D'Aietti - Il libro dell'Isola di Pantelleria – parte VI - cap. VII - pag. 422/423 - foto di Peppe D'Ajetti.

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